MENTE LOCALE –Un viaggio inedito nel disagio e nei sogni della “Generazione Z” del Chierese. Dal tavolo di progettazione partecipata del 23-03 26 che ha riunito ragazz3 delle scuole superiori, giovan3, professionist3 dell’ASL, educatrici ed educatori, rappresentant3 dell’associazionismo e le Assessore di Chieri, Pavarolo e Pino Torinese, emerge un ritratto spietato della nostra “società della performance”. Tra iperconnessione, app di tracciamento e agende da burnout, i giovani chiedono nuovi spazi in città e, soprattutto, adulti capaci di fare un passo indietro. Il racconto di un esperimento di innovazione sociale unico sul territorio
C’è una frase, pronunciata quasi a mezza voce durante uno dei tavoli di lavoro, che riassume in modo crudo e perfetto lo stato d’animo di un’intera generazione: «I giovani si sono rotti».
Non si sono rotti di fare, di studiare o di impegnarsi. Si sono rotti di dover costantemente “performare”. Di dover dimostrare a una società adulta, spesso distratta e inadeguata, di essere all’altezza di modelli irraggiungibili.
È questo il dato più dirompente emerso dalla Comunità di Pratica che il 23 marzo scorso giorno del debutto di “Generazione C”, il primo incontro intitolato ‘Mente Locale: salute mentale, aspettative, isolamento sociale e cura di sé’. La sala della Biblioteca Civica di Chieri ha inaugurato una vera e propria Comunità di Pratica: un ambiente di apprendimento dinamico e orizzontale dove l’obiettivo è passare “dall’Io al Noi”. Attraverso la metodologia del World Café – che prevede rotazioni ai tavoli e conversazioni guidate da domande “generative” attorno a tovaglie di carta su cui scrivere e disegnare – i partecipanti hanno affrontato a viso aperto i mostri del quotidiano. Infatti ha messo a sedere faccia a faccia, senza i filtri dei ruoli istituzionali, i giovani del territorio, gli amministratori comunali, docenti, educatori, associazioni e referenti enti dell’ASL. L’obiettivo non era stilare il solito, sterile elenco di lamentele sui “ragazzi di oggi”, ma costruire insieme una diagnosi clinica del disagio giovanile e, soprattutto, tracciare una via d’uscita concreta. La regola era una sola: lasciare i titoli fuori dalla porta e mettersi in gioco, portando la propria esperienza per prendere in cambio nuovi spunti e soluzioni. Il risultato è un Manifesto che chiama in causa l’intera comunità educante e ridisegna la mappa fisica ed emotiva del chierese.
La prigione della “Società della performance”
Il primo sintomo di questa frattura generazionale è l’ansia. Una pressione strisciante, costante, alimentata dai social media che impongono standard estetici e quantitativi – di voti, di amici, di successi – letteralmente impossibili da sostenere. La scuola viene percepita come il primo grande palcoscenico dell’ansia, un luogo basato su valutazioni caotiche che non perdona l’errore. L’overbooking delle agende giovanili è insostenibile. Questa impalcatura sociale genera due reazioni opposte: da una parte l’ansia sociale e la paralisi (il terrore del fallimento porta a “non iniziare neanche”), dall’altra il disinteresse e l’apatia.I ragazzi vivono intrappolati in quella che i tavoli hanno ribattezzato la “società della performance”.
Questa impalcatura sociale, basata unicamente sull’apparenza e sul risultato, genera due reazioni diametralmente opposte, ma figlie della stessa paura. Da una parte l’ansia sociale e da prestazione: il terrore del fallimento e del giudizio paralizza i giovani, rendendo insostenibile persino una normale interazione o il percorso scolastico. Dall’altra parte, il disinteresse e l’apatia. Quella che noi adulti spesso bolliamo frettolosamente come “pigrizia”, in realtà è uno scudo emotivo. È una ritirata strategica: non partecipo per non rischiare di essere giudicato inadeguato.
Iperconnessi, tracciati eppure “invisibili”
Il paradosso del nostro tempo si consuma sugli schermi degli smartphone. Il confine tra vita reale e virtuale è ormai un ricordo: si vive un drammatico “sdoppiamento” in cui i giovani sono connessi 24 ore su 24, eppure si sentono profondamente soli, invisibili. Manca loro una rete sociale autentica a cui confidare le proprie paure.
Ma il dato più allarmante, emerso con forza dal dibattito, riguarda la normalizzazione dell’ipercontrollo. Oggi i ragazzi vivono perennemente tracciati da applicazioni di localizzazione usate in famiglia, ma diffuse anche tra gruppi di amici e persino all’interno delle relazioni sentimentali giovanili. Questa gabbia digitale del controllo soffoca l’autonomia. Ruba ai nostri ragazzi il diritto di mettersi alla prova, di affrontare l’imprevisto e di gestire il rischio, atrofizzando le loro competenze emotive.
E gli adulti? Spesso fanno la figura degli “specchi rotti”. Genitori e istituzioni pretendono maturità, ma cadono vittime delle stesse vanità social, dimostrandosi inadeguati nel fornire un ascolto reale ed empatico. I ragazzi chiedono guide, ma trovano adulti troppo occupati a imporre progetti calati dall’alto.
Il diritto alla “noia sana” e i liceali in burnout
Quando il dibattito si è spostato sulle “infrastrutture sociali” – ovvero dove e come i giovani si aggregano sul territorio – è crollato un altro mito. Le istituzioni si chiedono spesso perché i tradizionali centri giovani o le biblioteche siano snobbati, specialmente dalla fascia dei liceali. La risposta è disarmante: i ragazzi sono in burnout.
Saturi di impegni tra scuola, sport e corsi, chiedono a gran voce il diritto a una “noia sana”. Hanno un disperato bisogno di spazi di decompressione, dove potersi incontrare senza dover obbligatoriamente produrre un risultato, consumare o dimostrare qualcosa. Lo dimostrano il successo di alcuni progetti territoriali che funzionano proprio perché disinnescano l’obbligo della performance.
Il messaggio alle istituzioni è chiaro: basta politiche giovanili calate dall’alto. I ragazzi capiscono subito quando uno spazio è stato progettato senza di loro e, puntualmente, lo disertano. Gli adulti devono abbandonare la cattedra del “regista” e diventare “strumenti”, facilitatori pronti a supportare le idee dei giovani, garantendo loro il diritto di sbagliare e fallire.
Ridisegnare il Chierese: la mappa dei giovani
Ma dove vogliono stare questi giovani? Guardando a Chieri e dintorni, le idee emerse dai tavoli sono precise e ambiziose.
Si parte dal recupero e dalla valorizzazione dell’esistente: l’Ex Combattenti e l’Area Tabasso vengono indicati come poli strategici per la loro centralità e accessibilità, ideali per la fruizione serale. C’è poi lo Skate Park, che i ragazzi chiedono di liberare dal pregiudizio di “spazio solo sportivo”, per trasformarlo, con il giusto supporto educativo, in un vero presidio di socialità colorata e spontanea. L’Arka viene vista come un potenziale inespresso, da far esplodere per gli eventi legati alla musica.
C’è poi una fame enorme di creatività “laica”. I giovani faticano a comunicare a parole, ma possono farlo attraverso l’arte. Servono sale prove e studi di registrazione che siano slegati da dinamiche puramente scolastiche o parrocchiali. Si sogna in grande, chiedendo la riapertura del Cinema Splendor e del Teatro.
Ma c’è anche il fascino del “non-finito”. Una delle proposte più affascinanti riguarda l’Urbex: l’esplorazione e la riqualificazione di luoghi dimenticati, come gli ex capannoni militari, che i giovani vorrebbero re-immaginare come sale gioco o spazi polifunzionali. Tutto questo tenendo a mente modelli vincenti già attivi, come il Parco PATCH a Chieri o lo Spazio X di Almese, gestito interamente in modo orizzontale da una consulta giovanile.
Le cinque sfide per i nostri Comuni e per gli Adulti
Il lavoro di progettazione partecipata non si è limitato a sognare. Ha consegnato ai decisori politici, ai Sindaci, agli Assessori, ai dirigenti scolastici e all’ASL un Piano d’Azione scandito da sfide ineludibili:
- Il “tempo pomeridiano” delle scuole. Gli istituti scolastici sono il nostro primo baluardo, ma cronicamente mancano di risorse e personale per tenere aperti gli spazi in orario extra-curricolare. Le Amministrazioni possono supportare la Scuola nella ricerca di fondi (anche aiutandole a rispondere a Bandi) e trasformarle in veri presidi pomeridiani.
- Supporto Psicologico e Pedagogico strutturale. Non basta lo sportello di ascolto saltuario. Si richiede l’inserimento stabile dello psicologo nelle scuole, la creazione di spazi di ascolto sui territori e, parallelamente, il ritorno in campo della figura del pedagogista per ricucire lo strappo educativo tra famiglie, docenti e associazioni.
- Attivare l’educazione “tra pari”. La competizione va sostituita con la cooperazione. Serve creare percorsi per individuare e responsabilizzare i “giovani leader”, quei ragazzi capaci di fare da traino per i loro coetanei più isolati, perché un giovane ascolterà sempre più volentieri un altro giovane rispetto a un adulto.
- Un’educazione digitale intergenerazionale. Le istituzioni devono promuovere percorsi formativi sull’uso della tecnologia rivolti non solo ai ragazzi, ma soprattutto ad adulti e genitori, per disinnescare la tossica cultura dell’ipercontrollo.
- Formazione agli Adulti. È fondamentale investire nella formazione degli adulti per aumentare le Soft Skills necessarie ad ascoltare in profondità e senza giudizio i giovan3.
Passare dalla società della performance a una comunità della cura e dell’ascolto è possibile. I giovani del chierese ci hanno lanciato una sfida chiarissima, che suona come un appello e un monito: “Non vi stiamo chiedendo di costruirci un futuro preconfezionato. Vi stiamo chiedendo gli strumenti e gli spazi per potercelo costruire da soli”.
La plenaria finale ha dimostrato che le relazioni orizzontali possono disinnescare l’ansia sociale. I frutti di questo incontro (“impatti” come la crescita del capitale sociale e lo scambio di prospettive) si vedranno nel tempo, ma la sfida lanciata dalla Generazione C ci deve interrogare come Adulti.

